Prima degli astronauti, su Marte potrebbero arrivare gli agenti AI
Quando pensiamo a un robot umanoide come Tesla Optimus, la prima domanda è quasi sempre la stessa: che cosa potrebbe fare nelle nostre case, nelle fabbriche o nei magazzini?
Forse, però, stiamo guardando nella direzione sbagliata.
Uno degli ambienti nei quali un robot umanoide autonomo potrebbe esprimere meglio le proprie potenzialità non è sulla Terra.
È Marte.
La riflessione nasce da una domanda apparentemente banale: quanta autonomia potrebbe avere un robot come Optimus se fosse controllato da un’intelligenza artificiale?
La risposta porta rapidamente a una questione molto più interessante.
Su Marte il telecomando non funziona
Marte può trovarsi a decine o centinaia di milioni di chilometri dalla Terra e le comunicazioni radio impiegano diversi minuti per percorrere la distanza tra i due pianeti.
A seconda della loro posizione orbitale, un comando inviato dalla Terra può richiedere grossomodo da 3 a oltre 20 minuti per raggiungere Marte. E altrettanti per ricevere una risposta.
Questo rende impossibile pilotare in tempo reale un robot complesso.
Se davanti a un robot compare improvvisamente un ostacolo, non possiamo aspettare che qualcuno sulla Terra veda l’immagine, decida cosa fare e trasmetta la risposta.
Il robot deve decidere da solo.
Ed è proprio qui che l’AI agentica smette di essere una interessante applicazione software e diventa qualcosa di molto più concreto.
Non serve un LLM che muova le gambe
Immaginare ChatGPT che decide continuamente di quanti gradi ruotare il ginocchio destro del robot sarebbe un errore concettuale.
Il sistema potrebbe essere organizzato su più livelli.
I sistemi robotici specializzati gestirebbero equilibrio, locomozione, manipolazione degli oggetti, visione e sicurezza.
Sopra di essi opererebbe invece un’intelligenza artificiale multimodale con funzioni di pianificazione e orchestrazione.
Dalla Terra non arriverà quindi necessariamente il comando:
«Fai tre passi avanti, gira a destra e afferra quella leva.»
Potrebbe arrivare qualcosa di molto più simile a questo:
«Controlla perché il pannello solare B sta producendo meno energia. Identifica il problema e, se puoi intervenire in sicurezza, risolvilo.»
Da quel momento sarebbe il sistema a organizzare il lavoro.
Osservare. Raccogliere dati. Formulare ipotesi. Pianificare le operazioni. Utilizzare gli strumenti disponibili. Controllare il risultato. Documentare ciò che è stato fatto.
In altre parole, esattamente ciò che oggi cerchiamo di ottenere costruendo sistemi di agenti AI.
Con una piccola differenza.
L’agente avrebbe braccia e gambe.
Perché proprio un robot umanoide?
Potremmo naturalmente mandare su Marte macchine specializzate. E continueremo certamente a farlo.
Un escavatore robotizzato sarà probabilmente più efficiente di un umanoide nello scavare. Un rover sarà migliore per percorrere grandi distanze. Un drone, quando tecnicamente utilizzabile nell’atmosfera marziana, potrà raggiungere luoghi difficilmente accessibili.
Ma l’umanoide possiede un vantaggio particolare.
Può operare in un ambiente progettato per gli esseri umani.
Può utilizzare una porta, una maniglia, una scala, un utensile, un pannello di controllo o un connettore progettato anche per un astronauta.
Questo significa che non sarebbe necessario duplicare completamente infrastrutture e strumenti.
Robot e astronauti potrebbero lavorare nello stesso ambiente.
Marte gli darebbe persino una mano
La gravità superficiale marziana è circa il 38% di quella terrestre.
La massa naturalmente non cambia: un robot da 100 chilogrammi rimane una massa da 100 chilogrammi.
Ma il suo peso sulla superficie marziana sarebbe equivalente a circa 38 chilogrammi sulla Terra.
Per gli attuatori che devono sostenere il corpo e movimentare carichi questo rappresenterebbe un vantaggio significativo.
Potremmo quindi progettare robot marziani meno ossessionati dalla leggerezza rispetto ai loro equivalenti terrestri.
Più batterie. Strutture robuste. Articolazioni protette. Utensili integrati. Sistemi ridondanti.
Naturalmente Marte presenta problemi decisamente peggiori: temperature estremamente basse, atmosfera rarefatta, radiazioni e soprattutto quella finissima polvere che rappresenta una sfida notevole per giunti, ottiche e componenti meccanici.
Un «Optimus marziano», quindi, probabilmente assomiglierebbe solo lontanamente al robot elegante che immaginiamo muoversi nelle nostre case.
E sarebbe giusto così.
Ma perché aspettare gli astronauti?
Qui, secondo me, arriva la parte più interessante.
Una futura missione umana su Marte potrebbe iniziare anni prima che un essere umano lasci la Terra.
Immaginiamo di inviare preventivamente habitat, sistemi energetici, pannelli solari, apparecchiature per produrre ossigeno e acqua, ricambi e una piccola squadra di robot autonomi.
Non necessariamente tutti umanoidi. Alcuni potrebbero essere rover. Altri macchine specializzate. Altri ancora robot antropomorfi capaci di utilizzare le stesse infrastrutture destinate successivamente agli astronauti.
Per mesi potrebbero scaricare materiali, dispiegare pannelli solari, collegare moduli, controllare impianti, preparare gli habitat, movimentare la regolite e verificare continuamente lo stato della base.
Se qualcosa non funzionasse, avremmo mesi per scoprirlo.
E possibilmente per correggerlo.
Quando finalmente partirebbe la missione umana, gli astronauti non arriverebbero su Marte sperando che tutto funzioni.
Arriverebbero in una base che ha già funzionato autonomamente per mesi.
Un’intelligenza centrale per un’intera base
C’è poi un’ulteriore possibilità.
Non è necessario installare il modello AI più potente possibile dentro ogni singolo robot.
La futura base marziana potrebbe disporre di una propria infrastruttura di calcolo protetta. Una sorta di sistema nervoso centrale digitale.
L’intelligenza artificiale potrebbe coordinare robot, rover, sistemi energetici, habitat, magazzino, produzione delle risorse, manutenzione e strumenti scientifici.
Ogni macchina manterrebbe comunque una propria autonomia locale, indispensabile per la sicurezza.
Ma l’orchestratore avrebbe una visione complessiva della missione.
Se un robot rilevasse un problema a un pannello solare, il sistema potrebbe verificare la disponibilità dei ricambi, controllare le condizioni meteorologiche, modificare le priorità operative e assegnare l’intervento alla macchina più adatta.
Non sarebbe più semplicemente «un robot intelligente».
Sarebbe un’organizzazione artificiale.
L’AI agentica esce finalmente dal computer
Oggi discutiamo di agenti AI che leggono documenti, analizzano database, scrivono codice, controllano applicazioni e coordinano altri agenti.
È facile considerarli soltanto una nuova generazione di software.
La robotica cambia completamente questa prospettiva.
Nel momento in cui un agente può vedere il mondo, muoversi al suo interno e modificarlo fisicamente, strumenti come analizza(), pianifica() e verifica() acquistano nuovi compagni:
cammina()
afferra()
trasporta()
ripara()
costruisci()
A quel punto l’orchestrazione non riguarda più soltanto informazioni.
Riguarda il mondo reale.
Forse i primi veri coloni di Marte non saranno esseri umani.
Saranno macchine che arriveranno prima di noi, costruiranno la nostra casa, la accenderanno, controlleranno che tutto funzioni e continueranno a mantenerla mentre noi saremo ancora sulla Terra.
E quando finalmente arriveremo, potrebbero essere proprio loro ad aspettarci.
Che cosa guarderei, di questa storia
Se dovessi scegliere da dove guardarla, non guarderei il robot.
Guarderei chi decide: che cosa può decidere da solo, dove deve fermarsi, e chi se ne accorge quando sbaglia.
È la stessa domanda che mi faccio quando gli agenti restano dentro un computer. Su Marte cambia solo il prezzo dell’errore.
Se fai lo stesso esercizio sui tuoi processi, scrivimi come è andata.