Non sono un programmatore. Ho imparato a orchestrare l’AI.
Il grande Marco Camisani Calzolari, in un video su Instagram, sosteneva che chi non impara a orchestrare agenti AI oggi si troverà in ritardo fra un paio d’anni, e qualcuno ha commentato che tutto questo è inutile.
Inutile? Dipende.
Se riesci a costruirti uno strumento che risolve un problema vero del tuo lavoro, la parola inutile smette di funzionare. E la soddisfazione, quando quello strumento è fatto su misura per te e per come lavori tu, è di un tipo che non avevo previsto.
Non sono un programmatore. Non ho mai scritto una riga di Python.
Ma è successa una cosa che non mi aspettavo: chiedere all’AI di fare qualcosa è diverso da farle una domanda. E una volta capito questo, ti accorgi che il mestiere che devi imparare non è programmare. È orchestrare, e ti si apre un mondo di cose infinite che puoi realizzare, compresa la Console DJ che ti aiuta a mixare ore di programmi.
Quello che ho imparato per necessità, sbagliando
Che non basta chiedere. All’inizio chiedevo una cosa e prendevo quello che usciva. Poi ho capito che il lavoro vero è prima: dividere il problema, decidere cosa deve fare ogni pezzo, e soprattutto sapere come si verifica il risultato. Se non sai come controllare quello che ti torna, non stai orchestrando: stai sperando.
Che devi saper dire no. La cosa che mi ha fatto migliorare più di tutte è aver imparato a rispondere «così non va, rifallo» — e a spiegare perché. Un’AI che non viene mai contraddetta produce cose plausibili. Plausibile non è giusto.
Che serve potenza di calcolo, e va scelta. Alcune cose girano bene in locale, senza API e senza mandare i tuoi dati in giro. Altre no. Ho provato modelli diversi, alcuni li ho tolti perché il computer arrancava e il gioco non valeva la candela. Non c’è una risposta unica: c’è da provare.
Che si deve provare tanto. Ogni settimana escono agenti e modelli nuovi. Quello che era la scelta giusta a maggio può non esserlo a settembre. Io ho creato un agente che mi segnala l’uscita di Agenti AI utili per i miei lavori e idonei al mio attuale hardware, che posso testare ed eventualmente implementare o sostituire ai miei prodotti.
Che il refactoring non è un lusso. Quando un progetto cresce, il codice scritto di fretta diventa una gabbia. Renderlo modulare — pezzi separati, ognuno con un compito — è quello che ti permette di cambiare una cosa domani senza rompere tutto il resto. E se un giorno ci mette le mani un programmatore vero, non perde un mese a capire cosa hai fatto. Grazie Mattia per la dritta. La sua esperienza come Game Designer in Robert Space Industries è stata per me preziosa.
Che devi salvare i progressi. Io uso Git. Non per bravura: perché mi ha salvato più volte, e perché poter tornare indietro cambia il modo in cui provi le cose. E i backup fuori dal disco, perché un hard disk si rompe sempre nel giorno peggiore. Vero Murphy?
La lezione che è costata di più
«Funziona sul mio computer» non vuol dire «è pronto a lavorare da solo».
Questa l’ho pagata più di una volta, e sempre nello stesso modo: qualcosa che dal terminale partiva perfettamente e dall’icona non partiva mai. Un automatismo programmato che nessuno eseguiva davvero, perché il pezzo che doveva farlo partire non era mai stato installato. Del codice che spariva quando cambiavo ambiente, e che sembrava perso.
Nessuno di questi era un errore di programmazione. Erano tutti errori di sistema: le cose funzionavano da sole e non funzionavano insieme.
È lì che ho capito che la differenza tra una demo e uno strumento non è quanto è bello quello che hai costruito. È se regge quando tu non stai guardando.
Dove sono adesso
Ho più tempo per il lavoro importante, non meno. Questo è il punto che mi sembra più difficile da spiegare a chi dice che è inutile: non ho automatizzato per giocare. Ho automatizzato perché c’erano cose che mi mangiavano le giornate.
Non sono diventato un programmatore. Sono diventato un committente molto più competente — uno che sa cosa chiedere, come dividere il lavoro, come verificare, e quando fermarsi e chiamare qualcuno che di mestiere lo fa.
E questa, secondo me, è la competenza che conta adesso.
Se il pezzo ti è servito, scrivimi: mi interessa sapere cosa stai provando a costruire.